Perché il buio non mi copra interamente
Perché il buio non mi copra interamente
Perché il buio non mi copra interamente
Perché il buio non mi copra interamente
Perché il buio non mi copra interamente

Perché il buio non mi copra interamente

Perché il buio non mi copra interamente è il primo di una serie di monologhi-dialoghi composti da Benedetto Galifi  (Palermo 1983) e raccolti sotto il titolo de Il terzo occhio, nei quali l’autore da voce ad alcuni miti della cultura occidentale, con particolare attenzione alla tradizione cristiana. I personaggi si fanno pura voce, flusso di coscienza, e rivivono le loro personali vicende in una dimensione a temporale che li vede perennemente sospesi tra passato e presente, tra memoria e attualità. Gli eventi vengono narrati dai personaggi come se essi si stessero osservando dal di fuori, per mezzo di quel “terzo occhio” che possiamo intendere come livello superiore di coscienza più prossimo all’irrazionalità che alla razionalità, incentrato su un sentire che è proprio dell’ “anima”. Infatti sono le anime dei morti, di chi è scomparso, a parlare. Ma affinché la loro voce prenda consistenza e si faccia reale diviene necessaria la presenza di un altro da sé, di un interlocutore muto e imparziale al quale la voce narrante possa rivolgersi senza esser giudicata, che presti l’orecchio in silenzio, che faccia da specchio.

Eliogabalo è un “bambino sradicato” dalla sua terra, la Siria, dalla sua stessa infanzia, strappato ai suoi giochi troppo presto, per volontà di sua nonna, Giulia Mesa, e della madre, Giulia Soemia, e del suo mentore Gannys, amante della madre, che lo spinse a infervorarsi del suo ruolo di Imperatore d’Oriente, facendo presa sulla sua energia e tracotanza di giovane. Gettato nella Cloaca Maxima, vi è rimasto per secoli. Lì immagina di incontrare il suo “giovane bello”, San Sebastiano, anche lui gettato quasi imberbe nelle fogne romane, qualche decennio più tardi.  Vive tra i rifiuti, fra i quali ha ritrovato gli amati giocattoli, che gli erano stati tolti sin dall’infanzia. E’ invecchiato, tutto ciò che gli rimane sono i ricordi, il ricordo del mare, dei suoi amori. Riaffiora il ricordo di Zotico, suo amante, l’atleta di Smirne che Ierocle drogò perché non riuscisse a giungere all’amplesso. Riaffiora il rimorso di averlo allontanato a causa di un inganno dell’invidioso auriga, che temeva di essere sostituito nel suo ruolo di cocchiere dell’imperatore. Il racconto della sua storia è ormai scritto, lirico ed epico insieme, esorcizzato dall’abitudine data dal passare degli anni. Eliogabalo adesso sa, e si racconta, consegna la sua storia al suo amico immaginario così come ai riverberi  e ai gorgoglii delle fogne, nelle quali vivrà in eterno.

Marco Aurelio Antonino Augusto, nato come Sesto Vario Avito Bassiano, era, per diritto ereditario, l’alto sacerdote del dio sole (El-Gabal) di Emesa, sua città d’origine. Per questo motivo è ricordato come Eliogabalo, anche se non usò mai questo nome in vita. El (“dio”) e gabal (“montagna”) significa “il dio (che si manifesta) in una montagna”. Col sostegno della madre, Giulia Soemia, e soprattutto della nonna materna, Giulia Mesa, fu acclamato imperatore dalle truppe orientali, in opposizione all’imperatore Macrino, all’età di quattordici anni.  Il suo ingresso trionfale nella Capitale dell’Impero avvenne dopo due anni dalla sua elezione, durante i quali il giovane fu costretto a studiare latino e diritto romano, a Nicomedia, sotto la guida del suo saggio consigliere ed eunuco  Gannys, amante di Soemia, sua madre . La politica religiosa e i suoi eccessi sessuali (ebbe cinque mogli e due mariti ed è passato alla storia come il primo transessuale) causarono una crescente opposizione del popolo e del Senato romano, che culminò col suo assassinio. La storiografia e la letteratura moderne attribuiscono il fallimento di Eliogabalo al contrasto tra il conservatorismo romano e la dinamicità del giovane sovrano siriano, alla sua incapacità di scendere a compromessi e alla sua incomprensione della gravità e solennità del ruolo di imperatore.

Benedetto Galifi nasce a Palermo il 5 settembre del 1983. Nel 2008 stampa in un numero limitato di copie “Corpus Domini”, una piccola raccolta di versi inediti. Nello stesso anno la rivista letteraria “Della Soaltà” pubblica la poesia “Dulcinea”. È del 2009  “Come il nostro primo giorno sulla terra”, reading letterario del poeta . Collabora con le riviste online VeniVidiVici e Maredolce.

Artista poliedrico, riunisce in sé scrittura e arti visive in una ricerca sulle tradizioni popolari e sul sacro. Nel maggio del 2014 cura la collettiva di fotografia dal titolo “Rumor Idoli –  La solitudine del Sacro”.  Nell’aprile del 2015 mette in mostra  “Sanctificetur ” e nell’ottobre del 2016 “Sanctificetur II”, raccolta di ritratti fotografici dei Santi della tradizione cristiana. Nel maggio del 2017 partecipa alla mostra collettiva “Vicky Art Project” con “Il toro e la morte”, dipinti di ispirazione poetica. 

Valeria Sara Lo Bue è un’attrice e regista palermitana. E’ laureata al DAMS, con una tesi sul Teatro delle Sorgenti di Grotowski. Allieva del regista e pedagogista teatrale E. Toto dal 1997 al 2009, dal 2009 collabora con la compagnia di F.Scaldati. È direttore artistico di Fabbrica102 e della rassegna di teatro contemporaneo Verba Manent.

Hatori Yumi (Fabio Lattuca) è nato nel 1984 a Palermo, dove vive e lavora. Laureato in Musicologia all’Università di Palermo, opera in diversi campi: musica, disegno grafico, video. E’ membro del collettivo Dimora Oz.  Dopo una gavetta come bassista e chitarrista in band con influenze dal noise-rock al punk e uno studio approfondito sul paesaggio sonoro, passa ad esplorare le possibilità della musica elettronica

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